La copertura del Teatro Kursaal Santalucia

La copertura del Teatro Kursaal Santalucia

Maco Technology è spesso coinvolta in progetti architettonici al limite tra architettura ed arte. E’ il caso delle installazioni durante il Fuorisalone a Milano ma anche degli Expo internazionali o eventi culturali in giro per l’Italia. In particolare nel 2021, anno segnato dalla mancanza di eventi culturale ed artistici, ci rende molto orgogliosi aver preso parte al progetto di restauro e riqualificazione del Teatro Kursaal Santalucia inaugurato il 21 giugno 2021, solstizio d’estete. In questa giornata è stato possibile visitare il Teatro e accedere all’ultimo piano, caratterizzato da una copertura a cuscini in ETFE concepita dall’estro del Maestro Pirri. La copertura è diventata parte integrante e lei stessa, opera d’arte. L’eleganza formale e strutturale, la trasparenza dell’ETFE e gli effetti della stampa su un film trasparente hanno dato vita ad un’opera d’arte in cui il materiale e la sua forma sono l’arte stessa. Qui è possibile vedere i dettagli del progetto:

Copertura in ETFE – Teatro Kursaal Santalucia

Citiamo di seguito le parole del Maestro Pirri che illustrano, meglio di chiunque altro, la sua opera.

L’AVVIO DI UN PROGRAMMA

“Del sistema simbolico proposto dalla committenza come tema conduttore per l’intervento di riattivazione e restauro del Kursaal Santalucia, reso col binomio Radici – Ali, la nuova sala superiore, che propongo di chiamare Sala Cielo, ne rappresenta la parte eterea e maggiormente luminosa. Grazie alla prossimità col cielo e la vicinanza frontale del mare i visitatori sono proiettati in un luogo indefinibile a parole e indefinito (o infinito) nella funzione che, proponendosi come spazio aperto e opera d’arte, potrebbe tranquillamente essere vissuto come semplice osservatorio di quiete e di luce. Un luogo dove stare per il piacere di trovarsi al cospetto di sé stessi e degli altri con modalità nuove mai vissute prima. La giornata al suo interno è scandita in tre fasi peculiari: 1) Quella dell’alba che, alzandosi sul mare, dora di luce calda le tre aperture che gli stanno di fronte proiettando al suo interno raggi sempre più forti che in quarantacinque minuti riempiono lo spazio di riflessi direzionali e rettilinei facendolo brillare in tutte le sue parti. 2) Quella meridiana con la luce a picco che brucia addosso come una stufa accesa che annulla tutti i volumi e i suoi contrasti, dando vita ad un momento in cui cielo e terra si fondono chiamandoci a fare parte di questa totalità attraverso una luminosità possente. 3) Quella dell’imbrunire dove la luce cambia tono raffreddandosi, diventando bluastra e mettendo in risalto le tracce del passaggio d’ali impresse sulle quattro aperture, o varchi luminosi tagliati nella parete e contrapposti agli altri posti di fronte che si affacciano sulla facciata dell’edificio”.

IL PROGETTO COME DISEGNO DI STATI D’ANIMO

Il progetto rappresenta il tentativo di dare una forma visiva agli stati d’animo di chi si trova dentro quello spazio privo di un punto di fuga privilegiato e immaginato per proiettare il visitatore verso l’esterno all’edificio stesso in una fusione con la visione del cielo, del mare e della città come osservatrice privilegiata seduta in prima fila a godersi il panorama spettacolare. Gli elementi che compongono la mia progettazione (il soffitto nervato e dipinto sulla parte trasparente; il pavimento specchiante e fratturato; le pareti con gli infissi che assorbono tutto dentro un grigio medio che tende a farne sparire i rilievi e la fisicità; le quattro aperture luminose e contenenti piume speculari alle tre che guardano il paesaggio) svolgono il ruolo di filtri che aiutano il visitatore a meglio sporgersi verso fuori. In tal senso il mio progetto, pur avendo una natura tecnica molto solida (resa possibile innanzitutto dalla collaborazione con l’ingegnere Miche Fuzio e poi col Direttore dei lavori architetto Michele Carella e col geometra Giuseppe Festa) tende a svanire nella luce, incorniciando l’individuo senza sopraffarlo ma anzi fornendole uno strumento in più per respirare a pieni polmoni l’ampiezza ideale dentro cui ci si trova collocati. In tal senso, per me, essa si caratterizza come un filtro percettivo piuttosto che una superficie solida. Un disegno a mano libera più che un programma costruttivo, ed è proprio nei disegni preparatori che si percepisce il senso e anche l’immediatezza con cui questo spazio è stato ideato.

IL KURSAAL PRIMA

Prima della Sala Cielo c’era il Roof garden. Un lastricato solare senza copertura e confinato da tre pareti cieche e sul lato mare da una parete forata con tre grandi aperture che all’esterno risultano in continuità con quelle sottostanti mantenendo pertanto una perfetta omogeneità con l’immagine frontale dell’edificio, in coerenza con il ritmo delle aperture e col disegno degli infissi. Ho immaginato che questa parete costituisse all’origine una sorta di fondale teatrale con le orbite vuote affacciate su una platea dentro la quale la differenza fra stare dentro o fuori non fosse così chiaramente percepibile in maniera immediata. Uno spazio, quindi, fin dalla sua origine ambiguo nella forma e nella destinazione che non è mai stato ’completato’, come sarebbe stato naturale, con una copertura stabile che ne definisse un confine certo verso l’alto. Di recente, attraverso alcune realizzazioni provvisorie, si era cercato di mutare questa caratteristica per renderne maggiormente fruibile l’ambiente realizzando una copertura priva di dialogo visivo con l’esterno a parte l’affaccio meraviglioso verso il mare. Chissà perché, fin dalla nascita, si era lasciato l’edificio privo di una copertura reale? I motivi possono essere stati molteplici, di natura economica, storica o altre come forse il desiderio di dare vita a un ambiente connesso col cielo e col mare. Rimane il fatto che soprattutto il rapporto intimo col cielo e con le variazioni della sua luce ne abbiano fatto il luogo più misterioso e ricco di potenzialità espressive del Kursaal e allo stesso tempo quello più maltrattato da tentativi un po’ maldestri di rendere funzionale uno spazio che, per sua natura, non ha e non dovrebbe avere una funzione esclusiva se non quella di spazio autosufficiente e finalizzato a celebrare in maniere differenti il suo essere fatto di luce prima che di “materiali”.

IL KURSAAL DOPO

Il primo desiderio che ho provato visitando la stanza nella sua versione precedente è stato quello di cercare il modo per dar rilievo alla visione della luce proveniente dal cielo (allora negata come fosse un nemico da cui proteggersi) e anche di accentuare la sensazione di galleggiamento che si provava rivolgendo lo sguardo verso il mare, come sempre accade guardandolo da un luogo elevato (uno scoglio, una collina, un suolo fisicamente solido ma percettivamente fugace). Per questo motivo ho proposto di costruire la versione stabile di un’opera già realizzata altrove perlopiù in maniera effimera, intitolata Passi, che ho portato avanti a partire dal 2000 a oggi in differenti spazi caratterizzati dalla presenza incombente della storia. L’opera normalmente consiste nel sovrapporre al pavimento già esistente uno strato di specchio che si infrange sotto i passi dei visitatori. In questo caso, invece, è il pavimento stesso della stanza a essere composto con grandi lastre stratificate di specchio e cristallo precedentemente infranti in officina col metodo dello shock termico e poi saldate fra loro in maniera definitiva. L’opera raddoppia la visione dell’ambiente duplicandolo sotto i piedi del visitatore e polverizzandone la vista d’insieme dentro una visione di frammenti luminosi che si accavallano l’uno con l’altro. Ci si trova così al centro esatto di un universo capovolto la cui linea di demarcazione fra sotto e sopra è costituita da un piano d’appoggio incerto e indeterminabile fatto di una materia luccicante sulla quale si ha la percezione di scivolare più chi e camminare, volteggiare più che poggiare il piede passo dopo passo. Dentro questo pavimento/sistema ottico precipitano, oltre alla nostra immagine riflessa, anche le pareti della stanza, non verniciate ma rivestite da un intonaco in grigio neutro e colorato in pasta con un gradiente non presente in nessuna cartella colorimetrica ma creato appositamente a partire da campionature che ribadiscono il tono neutro degli acquerelli originali realizzati per la copertura. Lo stesso tono si trova applicato alle parti metalliche e agli infissi, in modo tale che il colore sia unicamente il grigio che funge da “infinito” sul quale si staglia il blu del cielo e del mare e la luce calda e fredda del sole in movimento che penetra all’interno della stanza. Insieme a noi e al perimetro dell’ambiente sprofonda nel suolo anche la copertura trasparente immaginata come un’enorme diapositiva puntata contro il sole. La sua dimensione è poco più grande di duecento metri quadri comprensivi del telaio, che si sviluppa non solo in senso perimetrico (come nelle vecchie diapositive) ma anche al suo interno con linee curve e speculari che dai bordi si spingono verso un vertice centrale , conferendogli una forma centralizzata e apicale ma allo stesso tempo organica, come fosse composta montando le grandi strutture tentacolari di un granchio, di un polipo o di altro animale marino o proveniente dal chissà dove dell’universo infinito. La grande diapositiva è suddivisa in tre strati gonfiabili su cui sono riprodotti, tramite stampa duratura e ad altissima definizione, tre acquerelli appositamente concepiti per essere alloggiati nelle porzioni vuote contornate dai telai metallici. Le riproduzioni degli acquerelli sono alternate in modo speculare e invertita così da comporre, come in un mandala, l’immagine di un’eco visivo e di un riverbero fatto di cerchi che si espandono all’infinito, come gocce di pioggia sul bagnato a tal punto da diventare anche un richiamo illusoriamente acustico. La sala accoglie una nuova parete contrapposta e speculare a quella già esistente fronte mare. Anche questa propone la sua luce con quattro aperture ritmiche che la perforano. Ognuna di queste finestre (sempre chiuse) ospita una teca di vetro che la sfonda da parte a parte e il fondo (in vetro opale colorato di azzurro) diventa un fondale luminoso sul quale spiccano in controluce delle piume trattenute fra due vetri sul lato interno delle finestre/teche. L’insieme, composto dalle aperture luminose e dalle piume in controluce permanente, interagisce col pavimento proponendo una contromossa inaspettata, al primato della parete già esistente, come reazione muta al vociare della città proveniente dal fronte del mare.

– Alfredo Pirri

Teatro Kursaal Santalucia
Via Adua 5, Bari

 

Seguici sui Social:
Maco Technology srl
Via Ugo La Malfa, 86/88 - 25050 Provaglio d'Iseo (Brescia - Italy)
Tel: +39 030 9823 869 | Mail: info@macotechnology.com
C.F., P.IVA e N. Iscrizione CCIAA di BS: 03428800985 | REA: BS-533509 | Capitale Sociale: Euro 90.000,00 i.v.
Informativa Privacy | Informativa Cookies
Open Chat
1
Ciao, hai bisogno di aiuto?